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Medicina e chirurgia: com'è il percorso, cosa si studia e cosa fare dopo la laurea

25 marzo 20267 min di lettura

Scegliere medicina significa scegliere un percorso lungo, impegnativo e per niente scontato. Non è solo studiare come funziona il corpo umano: è imparare a stare accanto a una persona che chiede aiuto, nei modi giusti. Chi lo fa con consapevolezza difficilmente se ne pente. Ecco cosa aspettarsi, dal test di ingresso agli sbocchi dopo la laurea.

Perché scegliere medicina

La motivazione più solida non è la curiosità scientifica, anche se aiuta. È il rapporto con il paziente. Fare il medico significa riuscire a dire a qualcuno: sono qui, ti ascolto, andiamo avanti insieme. Questa parte, il cosiddetto essere medico oltre che saper fare il medico, non si impara solo sui libri. Ci vuole esercizio, esposizione, tempo.

La componente teorica, quella dei libri, può arrivarci chiunque con impegno sufficiente. La parte relazionale è quella più difficile da costruire, e anche quella che le facoltà di medicina stanno cercando sempre di più di insegnare in modo strutturato.

Il test di ingresso

Il test di ammissione a medicina è a risposta multipla e copre matematica, fisica, biologia, chimica e logica. La cultura generale è presente ma in percentuale ridotta: o si sa la risposta o non la si sa, non è una sezione su cui ha senso investire molto tempo.

La logica, invece, è la sezione su cui vale la pena lavorare di più. Una volta capito il meccanismo dei quesiti, cambia solo la forma esteriore: lo schema rimane lo stesso. Esercitarsi molto su questa parte può fare la differenza.

Per la biologia e la chimica, chi viene dal liceo scientifico potrebbe trovare alcune lacune su argomenti trattati nei primi anni delle superiori, come la genetica mendeliana o alcuni calcoli di base. Conviene riprendere queste parti con attenzione, anche se sembrano elementari.

Come prepararsi

Un approccio ragionevole è fare un esame di coscienza sulle proprie basi e concentrare il lavoro estivo sugli argomenti più deboli. Prendere test degli anni precedenti, controllare quali argomenti vengono richiesti con più frequenza, fare molte simulazioni sulla parte logica.

La parte psicologica conta. C'è molto terrorismo mediatico intorno al test, con statistiche del tipo "entra uno su sette o uno su otto". Questi numeri includono chi si iscrive al test senza una preparazione seria. Chi si prepara con metodo ha percentuali molto diverse. Presentarsi convinti di valere quanto chiunque altro in quella stanza non è arroganza: è la condizione mentale giusta.

La procedura burocratica

Vale la pena sottolinearlo perché è una fonte frequente di problemi: il test ha scadenze rigide. L'iscrizione si chiude a metà o fine luglio, e non c'è modo di recuperare. Il giorno del test, le istruzioni vanno seguite alla lettera: la trascrizione delle risposte sul foglio ottico, le adesive con la firma, la consegna nel raccoglitore giusto. Chi non segue le istruzioni rischia di non vedersi convalidato il test, indipendentemente dalle risposte date. Non è raro.

Il sistema di scelta degli atenei funziona con una graduatoria nazionale: si elencano le preferenze in ordine, si fa il test nella sede della prima scelta e si viene assegnati in base al punteggio. Se non si entra nella prima scelta, si rimane in graduatoria e si aspettano gli scorrimenti, settimana per settimana, fino a gennaio. Chi viene prenotato in un ateneo diverso può scegliere di iscriversi lì o aspettare.

Com'è strutturato il corso

I primi anni

Il primo semestre del primo anno somiglia molto al liceo scientifico: biologia, fisica, chimica. Dal secondo semestre si entra in argomenti più specifici come l'istologia e la biochimica. Per certi versi, il primo anno assomiglia più a una facoltà di biologia che a medicina vera e propria.

Dal secondo anno in poi si comincia a lavorare sulle materie fondamentali del percorso medico:

  • Anatomia e fisiologia al secondo anno, due esami molto impegnativi da un punto di vista mnemonico
  • Patologia generale, semeiotica, microbiologia al terzo anno, dove si comincia a parlare il linguaggio medico
  • Le cliniche dal quarto anno in poi: cardiologia, gastroenterologia, neurologia, ginecologia, chirurgia generale, con focus sia teorico che pratico

I primi tre anni sono prevalentemente teorici. Dal quarto anno si comincia a entrare in ospedale, a seguire le attività formative professionalizzanti, a osservare e in parte partecipare alla vita clinica.

Gli esami

La difficoltà degli esami cresce nel tempo. Alcuni sono prevalentemente mnemonici, come anatomia, dove si tratta di memorizzare strutture, rapporti, origini e inserzioni di centinaia di elementi. Altri richiedono una combinazione di memoria e comprensione.

Una differenza importante tra atenei riguarda la parzializzazione degli esami: alcuni atenei suddividono gli esami in moduli più piccoli, altri li tengono interi. Entrambi gli approcci hanno pro e contro: l'esame intero è più pesante ma dà una visione più completa della materia.

Gli esami più grossi richiedono scelte nette: durante la preparazione per anatomia o fisiologia, la vita sociale si riduce di molto. Non è una fase permanente, ma richiede di accettarla quando arriva.

I laboratori e la parte pratica

La parte pratica a medicina è meno immediata di quanto si immagini. Per legge, finché non si è laureati, non si può toccare un paziente. Fino a quel momento si osserva, si lavora su manichini, si seguono dimostrazioni.

Assistere a un intervento chirurgico è possibile, ma non è automatico: bisogna seguire i bandi della facoltà e in alcuni casi contattare direttamente i professori. Con la pandemia, anche questi spazi si sono ridotti. Le autopsie sono ancora più rare: ci sono studenti che si laureano senza averne mai vista una.

Quello che si impara fin dal primo anno, però, è già concretamente utile: il primo soccorso, la posizione di sicurezza per un paziente privo di sensi, come fare un prelievo o un'iniezione. Piccole cose, ma che nella vita reale si trovano ad applicare prima di quanto si pensi.

Dopo la laurea

Sei anni di medicina non bastano per esercitare la professione in modo pieno. Con la sola laurea magistrale si possono fare sostituzioni in ambulatorio e guardia medica con contratto a chiamata, ma non molto altro.

Per lavorare come medico è necessario specializzarsi. Le specializzazioni durano dai tre ai sei anni a seconda dell'indirizzo: medicina di base e medicina di famiglia sono tra le più brevi, le specialità chirurgiche tra le più lunghe. Durante la specializzazione si è però remunerati, il che permette una certa autonomia economica.

Una volta terminata la specializzazione, il mercato del lavoro è solido. Il tasso di occupazione dei medici è molto alto, e chi si impegna seriamente trova lavoro. La difficoltà, semmai, è trovare il posto che si desidera nella specialità che si è scelta, non trovare lavoro in assoluto.

Gli atenei

Le differenze tra le facoltà di medicina italiane nei sei anni di base sono limitate. Il programma è sostanzialmente lo stesso ovunque. Le differenze principali riguardano la parzializzazione degli esami, la quantità di pratica clinica disponibile e i rapporti internazionali dell'ateneo.

Tra i più rinomati ci sono la Bicocca di Milano, Padova, Pavia, che ha un importante centro di cardiochirurgia. Gli atenei più piccoli, come quello di Ancona, offrono classi meno numerose e un rapporto leggermente più diretto con i professori, anche se rimane formale come in qualsiasi università di grandi dimensioni.

A chi conviene sceglierla

Medicina ha senso per chi sa già che vuole stare a contatto con le persone, che non si spaventa di un percorso lungo, e che trova genuinamente interessante capire come funziona il corpo umano quando qualcosa non va.

Non è il lavoro giusto per chi vuole stare al computer o evitare il contatto diretto con gli altri. Il paziente c'è sempre, in ogni specialità.

Chi è indeciso può provarci: se non si entra al primo tentativo, non è una tragedia. Un anno in più in una carriera che dura oltre i 60 non cambia niente. Iscriversi a un'altra facoltà nel frattempo, però, conviene solo se si è davvero interessati a quella facoltà, non come ripiego in attesa di riprovare: gli esami di una triennale quasi mai vengono riconosciuti in medicina.