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Casa e università: la crisi degli affitti che colpisce gli studenti fuori sede

24 aprile 20268 min di lettura

Trovare casa da studente fuori sede è diventato uno dei problemi più concreti e sottovalutati del sistema universitario italiano. Non è una questione di scarsa organizzazione personale o di aspettative troppo alte: è una crisi strutturale che colpisce decine di migliaia di studenti ogni anno, nelle grandi città come nelle città universitarie di medie dimensioni.

Napoli: turismo e affitti brevi contro il diritto allo studio

A Napoli il problema ha una forma precisa. La crescita esponenziale dei bed and breakfast, circa 9.000 secondo Inside BNB, ha sottratto al mercato degli affitti residenziali una quota enorme di appartamenti. Il risultato è che gli studenti fuori sede si trovano a competere con i turisti per gli stessi spazi, perdendo quasi sempre.

Chi cerca casa a Napoli per studiare alla Federico II o alla Partenope si scontra con una realtà fatta di stanze senza contratto, proprietari che spariscono tra agosto e settembre, caparre perse e sfratti improvvisi quando l'appartamento viene riconvertito in BNB. Non è una storia che capita a pochi: è la norma.

Uno studente di giurisprudenza racconta di aver cambiato casa tre volte in quattro anni, sempre senza contratto, perdendo caparre e mensilità anticipate ogni volta che il proprietario decideva di cambiare destinazione d'uso. Un altro ha fatto il pendolare per due anni interi, svegliandosi alle 5:30 per raggiungere le lezioni alle 8, tornando a casa la sera alle 9, sfinito, con zero energie per studiare. Una terza storia: docce fredde per tutta la manutenzione mai fatta, proprietario che fa visitare la casa ad altri mentre gli inquilini sono ancora dentro, nessuna tutela perché nessun contratto.

Il punto non è solo economico. La mancanza di una casa stabile incide direttamente sulla qualità dello studio, sulla salute mentale, sulla capacità di rendere. Non è possibile studiare bene quando non si sa se il mese prossimo si avrà ancora un posto dove dormire.

I fondi del PNRR destinati agli studentati avrebbero potuto cambiare qualcosa. Non l'hanno fatto: il 95% dei posti letto finanziati è finito in mani private, che non hanno nessun obbligo né sui prezzi né sull'effettiva destinazione agli studenti. Strutture che vengono chiamate studentati ma che funzionano come hotel, con contratti annuali che prevedono penali per il rinnovo e clausole a discrezione del proprietario.

Roma: la stessa storia, dimensioni diverse

A Roma il problema si ripete con la stessa logica, amplificata dalle dimensioni della città. Chi cerca casa per studiare o lavorare nella capitale descrive mesi di ricerche infruttuose, annunci che spariscono in dieci minuti, appuntamenti cancellati all'ultimo secondo perché qualcun altro ha già mandato i soldi.

Un gruppo WhatsApp aperto per mettere in contatto chi cercava casa ha superato le mille iscrizioni in pochi giorni. Alle porte di settembre, quasi 900 di queste persone non avevano ancora trovato nulla. Un ragazzo ha preso il treno da Milano per vedere un appartamento: l'hanno avvertito dieci minuti prima dell'appuntamento che era già affittato, mentre era già in viaggio.

Chi non trova a Roma si sposta all'Aquila, dove i prezzi erano più bassi. Erano: i proprietari aquilani si sono adeguati, e ora anche lì i prezzi sono saliti. Fare un'ora di treno tutti i giorni per studiare è diventato normale per chi non riesce a trovare nulla nella capitale.

C'è chi ha trovato il lavoro prima di trovare casa, e si fa due ore e quaranta di mezzi al giorno tra casa, ufficio e università. Sei mesi così, con l'inizio del prossimo anno accademico che si avvicina e ancora nessuna soluzione in vista.

Milano: studiare è diventato un lusso

A Milano la situazione è forse la più estrema. Circa 200.000 studenti universitari si contendono un mercato degli affitti in cui i posti letto convenzionati per il diritto allo studio coprono appena una richiesta su dieci. Chi prova con gli studentati pubblici trova liste d'attesa infinite o prezzi fuori portata, fino a 20.000 euro all'anno in alcuni casi.

Il mercato privato non va meglio. Trovare qualcuno che risponda a un messaggio per un affitto è già un risultato. Vedere la stanza di persona è un passo successivo tutt'altro che scontato: capita che i proprietari chiedano soldi per bloccare la stanza ancora prima di mostrarla. Capita che le foto degli annunci siano di appartamenti che non esistono o che non si trovano a Milano. Capita che quello che viene presentato come una stanza singola sia un letto a castello dentro una cucina, condiviso con sette persone e due bagni che sono in realtà dei corridoi, a 550 euro al mese più spese.

C'è chi ha scelto di andare a vivere a Lodi da amici di famiglia pur di non affrontare il mercato milanese. Chi fa il pendolare spendendo 16 euro di abbonamento mensile invece di 800 o 900 per una stanza. Chi considera i 1.000 euro al mese che i genitori dovrebbero sostenere per mantenerlo in una singola decente come un peso insostenibile e preferisce non trasferirsi affatto.

Il dato che emerge dai report è paradossale: la domanda di affitti a Milano da parte degli studenti è in calo dell'1%. Non perché il problema si stia risolvendo, ma perché chi può evita di trasferirsi. Milano ha tante università e tanti studenti, ma non è una città universitaria nel senso in cui lo sono Bologna o Padova, dove esistono ecosistemi di affitto pensati anche per chi studia. A Milano studiare sta diventando un lusso, e lo dicono gli studenti stessi.

Dove si cerca casa oggi: il ruolo dei gruppi tra studenti

Di fronte a questa situazione, molti studenti hanno abbandonato le agenzie immobiliari, i cui costi di mediazione sono diventati insostenibili, e si sono spostati verso canali informali: gruppi Facebook, gruppi WhatsApp, passa-parola. Il problema è che questi strumenti funzionano male sotto pressione: gli annunci spariscono in minuti, bisogna essere rapidissimi, e spesso si finisce per accettare la prima opzione disponibile solo per paura di restare senza nulla.

Una risposta più strutturata a questo problema esiste. Su spaziouni.it/gruppi è possibile accedere a una community universitaria attiva, dove ogni mese vengono pubblicati più di 600 annunci di stanze nelle principali città universitarie italiane. Il canale mette in contatto diretto studenti e proprietari, senza agenzie nel mezzo e senza costi di mediazione. Non è una soluzione al problema strutturale degli affitti, ma è uno strumento concreto per chi cerca casa adesso e vuole evitare le situazioni peggiori: annunci già affittati, stanze fuori budget, proprietari poco trasparenti.

La detrazione fiscale: un aiuto che in pochi conoscono

In questo quadro esiste almeno uno strumento fiscale che può alleggerire parzialmente il peso economico degli affitti per gli studenti fuori sede: la detrazione del 19% sui canoni di locazione.

Funziona così: se uno studente è fiscalmente a carico di un genitore e affitta un appartamento per frequentare l'università, il genitore può detrarre il 19% del canone annuo dalle tasse IRPEF che paga allo stato. Il tetto massimo su cui si calcola la detrazione è 2.633 euro all'anno, quindi il risparmio massimo è di circa 500 euro annui.

Per accedere alla detrazione devono essere soddisfatte alcune condizioni:

  • L'università deve trovarsi in una provincia diversa da quella di residenza dello studente e a una distanza di almeno 100 km
  • Lo studente deve essere fiscalmente a carico del genitore, con un reddito complessivo non superiore a 2.840 euro annui, oppure 4.000 euro se ha meno di 25 anni
  • Il contratto deve essere intestato allo studente o al genitore, non può essere un subaffitto
  • La detrazione vale anche per università private, per università europee, e per corsi di perfezionamento e specializzazione

Non vale invece per master, dottorati di ricerca, stage o tirocini, anche se svolti in università.

Se ci sono due figli universitari fuori sede, entrambi a carico, ciascun genitore può detrarre fino al tetto massimo per ciascun figlio. Se c'è un solo figlio a carico di entrambi i genitori, il tetto si divide tra i due.

In pratica: il genitore porta le ricevute di pagamento dell'affitto al CAF o al commercialista, che applica la detrazione nella dichiarazione dei redditi. Nessuna procedura complicata, ma molte famiglie non sanno che questo strumento esiste.

Il problema non si risolve con una detrazione

Cinquecento euro all'anno non cambiano la natura del problema. La crisi degli affitti per studenti nasce da scelte strutturali: la proliferazione degli affitti brevi senza regole efficaci, i fondi pubblici finiti in mani private, l'assenza di studentati pubblici sufficienti, la mancanza di canoni calmierati nelle zone universitarie.

Le misure come il Codice Identificativo Nazionale per gli affitti brevi esistono, ma i dati dicono che la maggior parte delle strutture attive non si è ancora adeguata. Le istituzioni locali, dai comuni alle regioni, non hanno ancora trovato risposte concrete. Nel frattempo, gli studenti continuano a dormire in appartamenti senza contratto, a perdere caparre, a fare ore di pendolarismo ogni giorno, a rinunciare a città dove vorrebbero studiare perché non riescono a trovare un posto dove vivere.